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16/02/2017
Entrerà in vigore ad aprile, provvisoriamente e nelle sue parti fondamentali, il CETA, il trattato commerciale tra Unione Europea e Canada. 'Provvisoriamente' perché necessita della ratifica da parte dei parlamenti degli stati membri prima della definitiva e totale attuazione.
L'accordo prevede l'abbattimento dei dazi e delle barriere doganali, un'esportazione di prodotti e servizi meno burocratica, la possibilità di accedere ai mercati dall'altra parte dell'Atlantico negli appalti e per i professionisti.
Sono compresi anche un più facile riconoscimento dei rispettivi titoli di studio ed una tutela più vasta di brevetti e diritti d'autore.
Hanno votato a favore il PPE, l'ALDE e parte del PSE; contro l'ENF, l'EFDD e il GUE. La Sinistra Europea teme la perdita di posti di lavoro nel continente - come sostenuto da uno studio della Tufts University di Boston - mentre le destre è soprattutto una questione di identità, indipendenza e autarchia - come sempre. Si stima però che le aperture dei mercati porteranno un incremento del valore delle esportazioni di oltre il 20%; le entrate per la UE - si simula in 7 anni - cresceranno di 11,6 miliardi di euro, e di 8,2 per il Canada.

Chi teme lo sbarco nei mercati alimentari europei di prodotti che non rispettano i nostri standard di sicurezza, dovrebbe poter stare tranquillo. Come già feci notare quando in discussione c'era il TTIP, il "principio di precauzione" - che autorizza solo quei cibi di cui è provata la non pericolosità - è citato nei Trattati Fondativi dell'Unione Europea, e NON basta certo un accordo commerciale per scavalcarli.
E per questo, non saremo noi a doverci livellare su prodotti potenzialmente tossici o dannosi d'oltreoceano, ma la speranza é proprio che accada l'inverso.
Il CETA non punta a favorire le multinazionali: le grandi imprese canadesi, come Four Seasons Hotels and Resorts, Corel o Cervelo sono già presenti sui nostri mercati; depotenziare le frontiere aiuterà le piccole aziende ad ampliare la loro clientela ed aumentare i loro volumi.
Sono altri gli aspetti a lasciarmi perplesso: nel CETA è contenuta la clausola ISDS, attraverso cui le aziende potranno chiamare in causa gli stati qualora adottino una legislazione che possa minarne gli affari. La Philip Morris, ad esempio, chiamò in causa il Paraguay a seguito dell'adozione di misure restrittive sul consumo e la diffusione dei prodotti a base di tabacco, in particolare al divieto di vendere in confezioni differenti sigarette della stessa marca e l'obbligo di apporre sui pacchetti immagini che dissuadessero dal consumo; sempre lei ricorse contro la Norvegia - perdendo la causa - per le legge che prevede il divieto di esposizione dei prodotti al di fuori di luoghi appositi; ancora la Philip Morris contro l'Australia, per la norma che impone l'uniformazione della veste grafica dei pacchetti di sigarette.
Si tratta di tribunali sovranazionali (o meglio "corti arbitrali", che non seguono quindi un percorso "giudiziario") di cui non si sa molto, istituiti in segreto e lontano dal controllo pubblico, ed in cui operano avvocati privati.
Nel testo si parla anche dei servizi professionali, e qui ritorna in ballo la questione tutta italiana degli ordini, dei collegi e degli albi. Fatemi capire, un italiano, formato da avvocato sulla legge italiana, preparato e capace, ma NON iscritto alla corporazione degli avvocati, NON PUÒ fare l'avvocato, ma un suo collega canadese invece potrà lavorare nel nostro paese?! Vi rendete conto dell'assurdità della cosa?

Enea Melandri

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