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02/03/2017
E' inammissibile che una donna debba bussare alla porta di 23 (VENTITRE!) ospedali per poter esercitare un suo diritto, quello di interrompere volontariamente una gravidanza.
Solo grazie all'intervento della CGIL di Padova è riuscita a trovare un medico che la accogliesse.
Episodi come questo, assieme all'aumento degli aborti clandestini, sono i drammi legati ad una situazione ormai fuori controllo, quella dell'obiezione di coscienza.
Vietare l'obiezione sarebbe una risposta facile, ma debole ed irrispetosa di tante professionalità che sanno svolgere le loro mansioni pur non praticando aborti; nonché della libertà di pensiero che proprio con l'obiezione di coscienza si dovrebbe difendere.

E quando qualcuno cerca di dare rimediare in maniera efficace - la storia è quella del bando per "non obiettori" del San Camillo di Roma - la politica si fa granitica e conservatrice, invece che cogliere l'occasione per dare una limata alle regole.
L'obiezione di coscienza in ambito sanitario è l'anarchia: l'ospedale non può scegliere chi assumere e il medico può cambiare idea (cioé passare da obiettore a non obiettore e viceversa) quando e quanto vuole.
Il bando del San Camillo non era rivolto comunque a "non obiettori", ma alla ricerca di personale "per compiere interruzioni di gravidanza". Per stavolta, dovremmo prendere esempio dalla Germania, dove le strutture sanitarie possono valutare tra i requisiti per le assunzioni di personale medico anche la volontà o meno di eseguire o partecipare a pratiche di aborto.
E questa è una parte della soluzione che propongo: cioé l'istituzione di quote massime di medici obiettori.

Enea Melandri

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