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06/03/2018
Senza un briciolo di autocritica, ma tanti sorrisetti ironici rivolti agli avversari, Renzi annuncia che si dimette. Dà la colpa all'Europa, dice che bisognava votare l'anno scorso, scarica le responsabilità su chi ha votato NO alle riforme costituzionali (che non c'entrano niente) e blablabla.
Non sarà che abbia perso voti perché una volta veniva identificato come il "partito dei lavoratori" ma poi ha tradito le sue battaglie, riformando l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori o introducendo l'alternanza scuola/lavoro? Così, per ipotesi.

Annuncia che si dimette, o meglio, che si dimetterà, prima o poi, un giorno, dopo l'insediamento del nuovo Governo. Giusto il tempo di gestire da segretario del PD l'insediamento delle Camere, la designazione dei loro presidenti e le consultazioni. Direi per non dare spazio ad alcuna fronda interna che voglia aprire al dialogo col M5S.
"No a inciuci, reggenti, caminetti" spiega "siamo all'opposizione".
E direi che bisogna anche capirli: sono anni che i democratici vengono additati come mafiosi, camorristi, "con le mani sporche di sangue", idioti, puttane e ciucciacazzi dai grillini.
Ora che quelli che hanno "non vinto" sono i cinquestelle, vuoi mettere la soddisfazione di dirigere lo streaming come una Lombardi "sembra di stare a Ballarò" (d'annata 2013) qualsiasi?

E per il dopo-Renzi, quando sarà, scalda i motori il ministro uscente Carlo Calenda, che intanto si iscrive al partito e comincia a snocciolare perle di saggezza: "non serve un partito nuovo, bisogna ricostruire quello che c'è". Ovazione della base.

Enea Melandri

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