16/07/2020 La situazione tragica che sta affrontando il Mondo ha messo in mostra i limiti della società capitalista e ultraliberista, e riportato all’attenzione la necessità di uno Stato centrale e di una politica forti, autorevoli, capaci di prendersi cura prima di tutto dei loro Cittadini.
Serve uno Stato forte per imporre il lockdown ed arginare i contagi; ma servirebbe anche una politica umile capace di ascoltare le raccomandazioni delle autorità scientifiche, senza piegarsi alle pressioni del mondo industriale (cosa invece successa, il 23 marzo, quando venne dichiarato lo stop delle attività produttive per poi emanare nella notte una lista infinita di codici Ateco esentati).
Serve uno Stato forte per garantire la continuità lavorativa e salariale dei lavoratori per le aziende in difficoltà, tanto che alcuni stati nel mondo che ne erano sprovvisti hanno dovuto istituire forme similari alla nostra cassa integrazione (anche la UE sta formulando uno strumento in tal senso).
Serve uno Stato forte per alleggerire gli oneri e le spese di mantenimento delle imprese, per incentivare le loro continuità e tamponare le esigenze che si sono venute a creare – come il bonus baby sitter.
Sono molte le piccole e medie attività che hanno dovuto chiudere o sono in gravi difficoltà economiche; di fronte a una devastazione di questa portata, meno male che ci sono la Coop, Marcegaglia o Nestlè, grandi gruppi che stanno mantenendo i livelli di occupazione, di sostentamento e di produzione nel paese ed hanno ovviamente retto l’urto meglio delle piccole botteghe.
Questa crisi è stata però anche “un’occasione” (sic) per ripensare i rapporti lavorativi, abbiano iniziato con lo smart working, e tra non molto – anche prima se in autunno ci sarà la seconda ondata – occorrerà riflettere su quanto ci serva davvero che un intero paese si sposti ogni mattina per raggiungere uffici dove poi lavora davanti a uno schermo, come potrebbe tranquillamente fare da casa.
E ci troviamo costretti anche a ripensare l’istruzione e la formazione, reinventare gli spazi, ipotizzare nuove modalità di apprendimento e fruizione. Abbiamo parchi, palestre, teatri, auditorium a disposizione, ma ci siamo fossilizzati sulla didattica a distanza, su Zoom o Skype per le lezioni. Lezioni frontali e didascaliche, quando magari sarebbe il momento di affrontare una riflessione sulla didattica modulare e tematica, vecchie battaglie di sinistra del mondo radicale. E affrontare l’annoso problema del digital divide italiano, ossia le disuguaglianze di accesso e di prestazioni della rete sul territorio.
Una politica autorevole è quella che ha colto il momento per incentivare comportamenti virtuosi come le riqualificazioni edilizie ambientali, a vantaggio della collettività e delle imprese.
Ma purtroppo, come ha commentato anche il segretario di Rifondazione Maurizio Acerbo, ha mostrato anche la debolezza della politica, che con la giustificazione dell’emergenza, emana un DECRETO SEMPLIFICAZIONI pericoloso che alleggerisce le regole di sicurezza, ecologiche e penali, scavalca le regole sulle gare d'appalto ed allenta i lacci dei limiti anti-inquinamento e anti-criminalità.
E ancora una volta si prorogano le concessioni balneari, stavolta addirittura fino al 2033, contravvenendo di nuovo alla gara prevista dalla direttiva Bolkenstein (lo stabilimento balneare Twinga a Forte dei Marmi - 4 milioni fatturato - paga attualmente solo 17.000 € l’anno, il Papeete a Milano Marittima - 3 milioni fatturato - paga 10.000 € per la concessione). Un mercato che varrebbe 15 miliardi di euro ma da cui ne ricaviamo appena 103 milioni.
In tema di semplificazioni, però, questa situazione ha anche aperto a qualche spiraglio di come la vedo io, la libertà di mercato: nella nostra provincia (ma anche altrove presumo), alla ripresa del lavoro per gli acconciatori, si è deciso di lasciare loro libertà di orari e di giornate per organizzarsi ed accogliere l’ingente richiesta arretrata, rifarsi così degli incassi mancati e poter offrire le loro prestazioni nelle condizioni migliori. Oppure penso agli spazi esterni per i locali, messi a disposizione dopo l’applicazione delle regole anti-contagio, che a mio parere hanno ridato vita a centri cittadini dall’aria triste e abbandonata.
In passato qualche compagno mi ha guardato male per alcune mie idee liberali in tema economico, ma sono pratiche come queste a rientrare nella mia concezione di Libero Mercato: sburocratizzazione, laddove ridondante, inutile e pomposa, ampliamento di tempo e possibilità per gli operatori di offrire i loro servizi senza limiti, e fosse per me sarei anche per un ridimensionamento degli ordini professionali e una riduzione delle categorie di licenze commerciali (perché un fornaio non può fare il caffè? O una ferramenta non può vendere un pacco di pasta confezionata?).
Ma non divaghiamo. La pandemia ci ha fatto riscoprire la necessità di avere uno Stato forte, decisore e regolatore, tutore dei cittadini, garante di beni – primo fra tutti la salute – e servizi primari.
Non serve essere stalinisti per ammettere questo. Dove sono ora i soloni dello “Stato Minimo”, quelli che predicano un’economia svincolata dalle istituzioni, che vorrebbero scrollarsi di dosso il peso delle tasse, vorrebbero mano libera nel mercato e nei diritti di lavoratori e consumatori?!
Ad esempio, Bonomi, il nuovo falco presidente di Confndustria, passa il suo tempo a rilanciare idee medioevali per deformare il mercato del lavoro (spesso ad esempio ritorna sul lavoro a cottimo), ma è sempre col piattino in mano a piagnucolare soldi dal Governo, alla faccia dello Stato Minimo.
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