22/06/2026 Scendere in piazza serve, sempre. Già avevo scritto del caso albanese (che i media fanno passare solo come la protesta contro un "resort"), stavolta è il Portogallo a trasformare la protesta popolare in volontà politica.
Il pacchetto lavoro "Trabalho XXI" è una revisione strutturale del Codice del Lavoro locale per aumentare la produttività e rispondere ai mutamenti dell'economia digitale. Oltre 100 modifiche normative, è definito il "jobs act" portoghese.
Venne presentato ufficialmente dal governo di Luis Montenegro il 24 luglio del 2025, allo scopo di iniziare il confronto con le parti sociali e politiche.
Giusto per dare un'idea della riforma, in essa troviamo (spoiler: trovavamo):
- estensione dei contratti a tempo determinato (allungati fino a 3 anni);
- assunzioni a tempo determinato facilitate;
- possibilità per il dipendente di vendere o vedersi monetizzati i giorni di ferie non goduti (volontariamente?);
- datore di lavoro e dipendente possono concordare l'estensione dell'orario di lavoro fino a 2 ore in più al giorno tramite semplice accordo diretto singolo (volontariamente?);
- licenziamenti più economici per i datori;
- deregolamentazione dei servizi esternalizzati, offrendo più libertà di manovra alle imprese;
- ampliamento dei "settori chiave", cioè quelli obbligati a garantire i servizi minimi, escludendoli dalla possibilità di scioperare (come le scuole, gli asili e le case di riposo) - cosa che avviene anche in Italia.
Il testo ha scatenato forti proteste che hanno portato in piazza a Lisbona e in tutto il Portogallo decine di migliaia di lavoratori, guidati dai sindacati e dal partito comunista portoghese, culminate in un imponente sciopero generale all'inizio del mese.
Arrivata infine al voto del Parlamento - il 19 giugno 2026 - la riforma è stata RESPINTA dalle opposizioni di sinistra e del partito Chega. Ma il merito va sicuramente riconosciuto a quei cittadini che hanno ritenuto giusto mobilitarsi contro una politica che non sapeva dar loro le giuste risposte.
Manifestare, protestare, dire NO, può davvero cambiare le cose, e anche noi in Italia dobbiamo ricominciare a farlo. |