20/05/2025 Da quando la Spagna ha approvato la riduzione di orario lavorativo (da 40 a 37,5 ore settimanali), il tema è venuto allo scoperto anche in Italia. Sì perché di "settimana corta" se ne parla da tempo, viene anche citato nelle pieghe dei programmi politici e sindacali, più come una "formula di rito", senza mai crederci davvero abbastanza.
Con la svolta di Madrid, però, bisogna cominciare a parlarne seriamente: i politicanti nostrani si sono messi a proporre modelli simili anche per il nostro paese. E' quasi tutta propaganda chiaramente, nessuno spera veramente di cambiare qualcosa.
In Parlamento sono arrivati disegni di legge dall'opposizione, puntualmente respinti; dal governo, si era detto favorevole ad una sperimentazione in proposito il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, ma dopo queste parole dalla maggioranza non è arrivato niente di concreto.
Tornando indietro nel tempo, il movimento politico Sinistra d'Azione fa della settimana corta una delle sue battaglie fondative.
Anche la CGIL sono anni che rivendica il tema nei suoi documenti.
Ma prima ancora, nel 1998, Rifondazione Comunista propose di portare l'orario lavorativo da 40 a 37 ore durante il primo Governo Prodi.
Leggevo di economisti che ritengono impensabile una riforma del genere in Italia; e figurati se non arrivava una riflessione retrograda e provincialotta anche su questo. La settimana corta diventerà necessaria, ad esempio, quando si comincerà a parlare di intelligenza artificiale e robotizzazione.
Il tema c'è e aspetta solo di essere affrontato, è lì in un angolo della storia che ci guarda. |